I Secolo d. C.

L’anfiteatro di Interamna Nahars – nome di Terni in età romana – si trova a ridosso delle mura urbane nei pressi della porta di ingresso della antica Via Flaminia in città.
Il perimetro esterno dell’edificio conserva lacerti di opus reticulatum bicromo realizzato in pietra locale.
All’interno è stata parzialmente ricostruita la cavea, che accoglieva gli spettatori e circondava lo spazio ellittico dell’arena, destinato allo svolgimento di giochi gladiatori e cacce.
A lungo cava di materiale da costruzione e proprietà del Vescovado, l’anfiteatro è conosciuto con un nome improprio: Fausto, da Faustus Titius Liberalis, un seviro augustale – cioè un membro del collegio preposto al culto imperiale -, ricordato in una iscrizione, di incerta provenienza, come il dedicante probabilmente di un altare monumentale e non come il committente di questa architettura che, invece, gli è stata erroneamente attribuita.
La copia dell’epigrafe, che data al 672 a.C. la nascita dell’insediamento protourbano di Terni, è affissa sulla facciata.
L’originale è esposto al Museo Archeologico Claudia Giontella del CAOS – Centro Arti Opificio Siri.

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La lettura dell’impianto dell’edificio è parzialmente compromessa dall’innalzamento del piano di calpestio dall’età antica ad oggi e dalla occupazione di tipo residenziale e religioso durante il Medioevo, protrattasi fino all’età moderna: le tracce delle case – addossatesi nel corso dei secoli e demolite negli anni ’30 del Novecento -, il Palazzo Vescovile e la Curia, che conobbero ampliamenti, e la Chiesa del Carmine, che – racconta un manoscritto – ebbe origine da una sacra immagine della Madonna “dipinta a fresco nell’antico muro dell’anfiteatro” tradiscono l’evoluzione di un contesto cittadino denso e complesso.
I saggi di scavo e gli interventi di restauro e consolidamento succedutisi consentono di riconoscere lunghi brani dell’ambulacro perimetrale, che alternava campate aperte e chiuse; un tratto della galleria anulare interna; alcuni ambienti radiali; e, alle estremità dell’asse maggiore, i due ingressi principali. Non ricostruibile il sistema di accesso al piano superiore.
E’ probabile che una logica funzionale ed economica abbia dettato la scelta delle cortine, privilegiando il ricorso all’opera reticolata policroma, di effetto decorativo, nelle parti più in vista del monumento, e quello all’opera reticolata monocroma, mista e incerta ai settori meno frequentati o inaccessibili.

La tecnica edilizia e le caratteristiche strutturali ed architettoniche dell’anfiteatro di Terni orientano la sua datazione entro i primi decenni del I secolo d.C..
La sua collocazione periferica, che agevolava la circolazione di persone, e la sua vicinanza ad un altro edificio per gli spettacoli – il teatro – è coerente con la pianificazione e riqualificazione in senso monumentale delle aree urbane, espressione dell’ideologia propagandistica del Principato di Augusto e dei suoi successori.

 Dopo un periodo di abbandono e dopo aver subito interventi di spoliazione per il recupero del materiale da costruzione, l’Anfiteatro – a partire dall’età medievale – venne interessato da una consistente occupazione di tipo residenziale e religioso. Lo stratificarsi di trasformazioni edilizie ha garantito la conservazione del monumento, sul quale è impressa tutta la storia delle vicende urbane e religiose del quartiere che accoglie, appunto, il Duomo e la chiesa sconsacrata di Santa Maria del Carmine.

L’amministrazione comunale di Terni, vista l’importanza storico artistica dell’edificio, decise di acquisirne la proprietà negli anni Settanta. Oggi l’Anfiteatro Romano, oltre ad essere oggetto di visite per la sua rilevanza archeologica, è utilizzato durante la stagione estiva come sede di spettacoli dal vivo e come cinema all’aperto.